Noi postmoderni, scientisti, ipertecnologici abitanti del primo mondo ci nutriamo oggi di alimenti industriali confezionati, costruiti a partire da pochi “semi per ricchi”, iperproduttivi, ibridati, mutati, modificati, che richiedono quantitativi di energìa, chimica ed acqua spropositati, ed alterano i nostri corpi, le nostre menti, le nostre relazioni e l’ambiente che ci ospita.

I semi naturali interi, antichi e tradizionali, nel breve periodo meno produttivi, ma completi ed equilibrati, rispettano l’essere umano, l’ambiente, le relazioni.

Se coltivati su larga scala in piccole fattorie biodiverse, e se equamente condivisi, essi potrebbero nutrire il doppio dell’attuale popolazione mondiale.

Riportare gradualmente questi “semi per tutti” sulle nostre ricche tavole è una scelta di sovranità alimentare e un atto di solidarietà, che ci avvicina a tutti gli esseri umani attualmente esclusi dal banchetto dei primi arrivati, e ci porta idealmente, ma nello stesso tempo molto concretamente, a sederci con loro.

E’ un gesto che ci permette anche di cominciare, con umiltà e coraggio, a chiedere scusa.

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