LA CONDIVISIONE POSSIBILE.
“Sono i poveri che ci indicano la strada” *
Da quando cinquant’anni fa abbiamo cominciato a dis-integrare i nostri semi a scopo di lucro, ad allontanare le donne dalla loro cura, a dirottarli negli stomaci degli animali allevati o, più recentemente, nei serbatoi delle automobili; da quando piante altamente idrovore ed energivore come il mais e la soia finiscono negli stomaci degli animali allevati o nei serbatoi degli autoveicoli; da quando si bruciano foreste per far spazio alle coltivazioni di palma da olio, oltre all’ambiente naturale sono peggiorati anche i rapporti umani e il corso del nostro destino.
In un modo imperscrutabile, ma allo stesso tempo tangibile e reale, tutto ciò che abbiamo fatto alla terra e ai suoi frutti lo abbiamo fatto alla fine a noi stessi.
Il cibo industriale consumato dalla nostra civiltà occidentale, che dicono essere la più evoluta della terra, è costruito a partire da semi ibridi, e/o modificati, e/o mutati.
I prodotti industriali confezionati (e le proteine animali) che ne derivano consumano quantitativi di energia, di chimica e di acqua spropositati, alterano la nostra salute, il nostro ambiente e i nostri rapporti.
Sono “semi per ricchi”, per il sostegno delle iperproduzioni, ingiusti e insostenibili: se si diffondessero ulteriormente, come in effetti sta avvenendo, il nostro pianeta collasserebbe.
Mais, soia, palma, tutti semi idrovori ed energivori, alla base della moderna alimentazione occidentale, costano poco a chi li produce e consuma, ma molto alla nostra Madre Terra.
Riportare sulle nostre tavole i semi naturali interi è un atto che ci ricollega con la nostra storia, con la Terra e con il Cielo. Questi semi sono il mezzo con cui madre natura accudisce i suoi figli e li prepara per il futuro, con generosità e sovrabbondanza.
Ma alla sconfinata ricchezza della biodiversità del regno vegetale preferiamo quotidianamente la desolante povertà di pochi semi, impoveriti per denaro e per potere.
Specie e razze iperproduttive non possono e non potranno mai essere condivise, anche perchè la Terra non potrebbe supportarle, se ampiamente diffuse: sono e rimarranno esclusivo appannaggio della minoranza di noi ricchi. La produzione, la trasformazione, la conservazione, il trasporto, il consumo, richiedono mezzi che non tutti possono permettersi e che pochi sono disposti a spartire.
I semi di noi ricchi per ricchi, (o per i poveri sotto forma di falsa carità), i semi ibridi, modificati, mutati, ed la miriade di prodotti industriali da questi derivati, possono essere venduti a basso prezzo solo perchè sostenuti economicamente con i sussidi, e perchè tutti i costi reali gravano sulle persone e sull’ambiente.
Tutto il cibo costruito in tale modo diventa così a tutti gli effetti cibo sottratto ai poveri.
La scelta concreta per un’alimentazione compatibile con i regni naturali e con la dignità degli esseri umani, è una scelta nonviolenta, necessaria, urgente, ed improrogabile.
Essa si può tradurre concretamente nell’atto di riaccogliere i semi naturali interi, consapevoli dell’importanza di ogni percorso di consumo critico che inizi dalle nostre tavole.
Da tavola, infatti, si può agire individualmente e quotidianamente; l’ambito del cibo ci accomuna tutti, nessuno escluso.
I semi naturali interi e quelli antichi sono meno produttivi (anche se solo nel breve periodo), ma sono completi sotto il profilo nutritivo, equilibrati e rispettosi dell’ambiente. Sono i semi della biodiversità, i “semi per tutti” da condividere.
Tre quarti della popolazione mondiale si alimenta ancora di quinoa, miglio, manioca, amaranto, riso, grano saraceno, farro, semi antichi: portare i semi naturali interi anche sulle nostre tavole, oltre che un gesto di solidarietà, è una scelta reale di sovranità alimentare.
Mangiare semi naturali interi è come nutrirsi di sole: i nostri fratelli poveri non possiedono nulla, e spesso non hanno di che sopravvivere; pur nell’estrema indigenza, essi conservano però il sorriso che noi abbiamo perso.
E’ questa un’azione che si rende necessaria, non tanto per un’idea utopica di uguaglianza, ma per un imperativo concreto di giustizia, condivisione e solidarietà.
Oggi nel mondo sono più o meno un miliardo gli esseri umani che vivono del superfluo, e sono ancora più o meno un miliardo quelli che non hanno il necessario.
Ad ognuno del primo gruppo ne possiamo idealmente far corrispondere uno del secondo.
Da questa prospettiva individuale ci è più facile prendere coscienza del legame che ci unisce.
Nutrendoci direttamente di semi naturali interi possiamo cominciare, lentamente, ma con decisione, a riammettere alla tavola comune il miliardo di esseri umani che ne è attualmente escluso. Nello scenario attuale, interconnesso e globalizzato, lo scambio diventa possibile, reale.
E passa necessariamente dalle scelte quotidiane di noi ricchi.
Ciò che distingue l’uomo da tutte le altre creature è la capacità di porgere il cibo, di condividerlo con il suo prossimo.
Mangiare come gli ultimi significa condividere con loro i semi naturali interi sufficienti a sfamare tutti, rinunciando all’indifferenza e all’egoismo che ci confina nel mondo dei primi arrivati.
Conoscere, cercare e consumare anche in Occidente i “semi dei poveri” può diventare così un’azione di carità, un vero e proprio atto d’amore.
E’ una proposta che porta con sè frutti di pace e di giustizia.
E’ un gesto che ci avvicina alle tavole dei dimenticati e ci porta idealmente, ma anche molto concretamente, a sederci con loro.
E’ anche un’ azione che ci dà il modo di iniziare, con umiltà e coraggio, a chiedere scusa.
* Emma Maria Cucchi, medica di frontiera.